ExPolis breve presentazione

Expolis 2011/2014
Festival delle Arti
Via Lunigiana 42, Milano

ExPolis è un Festival delle Arti diretto da Marco Maria Linzi e Massimo Mazzone attivo a Milano ed in altre città fin dal 2011; strutturato attraverso workshop, spettacoli teatrali, performance, mostre, tavole rotonde, proiezioni e video, che si sono tenute sia per la strada, primo luogo deputato della città, che nelle varie sedi coinvolte.

Il Festival si chiude con un anno di anticipo rispetto all’inzio dell’Expo proprio per non averci null a che fare. nel 2015, faremo un progetto internazionale, sulla crisi P.I.G.S., che si svolgerà in Portogallo Italia Grecia e Spagna, in collaborazione con collettivi e spazi istituzionali. Quetsa scelta è una poetica di esodo e di emigrazione, è una forma di diniego e di sciopero davanti a una città cancellata dalla propaganda del Grande Evento.

Al suo esordio il Festival ha avuto l’adesione di un prestigioso formato in primo luogo dall’Accademia di Belle Arti di Brera, e a seguire dal Politecnico di Milano, dalla Facoltà di Architettura Roma Tre, dallo IULM, dalla Triennale, dall’Arci Viterbo, dal Comune di Frascati, dal Museo Tuscolano, e inoltre ha realizzato interventi nelle varie edizioni della Biennale di Venezia come anche al teatro Marinoni Bene Comune al Lido, alla Fabbrica del Vapore, a Barcelona al CCCB, a Sevilla al Pumarejo, a Madrid alla Uned, a Delft nella , a Viterbo al Palazzo Donna Olimpia Pamphili, oltre che in numerosissime altre sedi in Italia e Europa come MACAO, LOGOS Festival della Letteratura, e .
Ai vari appuntamenti del Festival hanno partecipato innumerevoli personalità della cultura quali: Alberto Abbruzzese, Angelo Torricelli, Francesco Cellini, Santiago Sierra, Jose Juan Barba, Santi Cirugeda, Benedetta Tagliabue, Franco Farinelli, Sara Gonzalez, Sturat Hodkinson, Marco Trulli, Daniele Porretta, Andrea Curtoni, Beltran Roca Martinez, Maria Pinto, Fedrica Forti, Albert Vidal, Joan Abello, Paolo Ciarchi, Juan Simo, Cristiana Morganti, Rosanna Guida, Mauro Folci, Loredana Putignani, Luca Stasi, Alessandro Zorzetto, Andrea Staid, Vicente Todoli, Marco Tulli, Cildo Meirelles, Joan Baixas, Paola Tognon, Nicoletta Braga, Giorgio Byron Davos, Elisa Franzoi, Alice Vercesi, Marco Rinaldi, Laura Cazzaniga, Nina Voets, Paolo Martore, Alfonso Prota, Lorenzo Romito, Modou Gueye, Andrea Aureli, Teddy Cruz, Domingo Mestre, Juan Pablo Macias, Emiliano Gandolfi, Lucia Babina, un elenco che potrebbe essere interminabile..
Artisti, Architetti, Danzatori, Attori, Sociologi, Storici dell’Arte, Geografi, Urbanisti, Attivisti…

Risulta evidente che i progetti infrastrutturali imposti sulle città europee sono egemonici – pensiamo alle Olimpiadi o all’Expo – mutuati da una visione del centro città statunitense e delle sue riqualificazioni, nata negli anni ’70 con le conseguenze di smemoramento storico e perdita identitaria.

Un processo che in Europa produce quello che la letteratura internazionale chiama “gentrification”. Inutile sottolinearne le devastanti conseguenze ambientali e sociali.
E’ in questa ottica che il modello, le idee e strategie dell’Expo 2015 dovrebbero essere discusse.
L’arte con l’epoca moderna si è liberata dalle “committenze”, almeno in parte, e anche lo spirito delle avanguardie sembra oggi un fantasma del passato.
I territori, tuttavia, continuano a produrre e riprodurre diversità, biodiversità, sociodiversità, biopolitica e tocca alle scuole e alle università pubbliche occuparsi di formazione e ricerca: il 1° comma dell’articolo 33 della nostra Costituzione recita: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”. E la Corte Costituzionale continua: l’università non è preordinata a trasmettere conoscenze preordinate (o acquisite) ma a promuovere il progresso della scienza come a porre gli studenti a contatto con la ricerca nel suo farsi: a renderli partecipi del processo di elaborazione delle conoscenze e ad accostarli alle frontiere sempre più avanzate che tale processo dischiude.

Ecco dunque che l’insegnamento diventa il prodotto diretto della ricerca. Allora che si tratti di scuole o di istituzioni culturali, esiste il dovere di prodursi nella ricerca.
Per questa ragione abbiamo pensato ad un Festival delle Arti che parta da Milano con delle caratteristiche ben chiare: internazionalità, interdisciplinarietà, informazione.
E questo spiega la presenza di tante personalità provenienti dalle istituzioni europee della geografia, della sociologia, dell’architettura, delle arti. Lo scopo è sicuramente ambizioso: riattivare il territorio, incrementare la partecipazione, costruire un minimo di cittadinanza attiva, con i linguaggi delle arti e i metodi della ricerca.

Massimo Mazzone

Expolis Expowhat? P.I.G.S.

Sono lieto di partecipare all’avvio di questo processo quanto mai necessario. La città di Milano, come purtroppo avvenuto in tante altre città europee, viene investita dalla catastrofe annunciata, la catastrofe del Grande Evento, delle Grandi Opere, una catastrofe che diverrà come altrove una catastrofe urbanistica, sociale, economica e sfocerà in una ulteriore perdita di diritti, in un’ulteriore svalutazione del lavoro come creatività.

Vorrei iniziare con una premessa, arbitraria ma anche necessaria: parole come Globalizzazione, incluso WTO, GATTS, NAFTA, MERCOSUR, oppure termini come Piani Strategici, Piani territoriali, riqualificazioni urbane, Esposizioni Universali, Capitali della Cultura, Olimpiadi, Mondiali ma anche Corridoi Strategici Europei ma anche termini come metropoli, città globale, città informazionale, o Impero, postfordismo o Post storia, rappresentano anzi materializzano il lessico postmoderno che a mio avviso conduce alle narrative scalari urbane, che come spero di dimostrare, sono lo strumento più potente in mano a quelli che odiano la libertà degli altri.

Le narrative scalari urbane, sono prodotti letterari, romanzi, mitologie o a volte favolette che, come quelle antiche, muovono energie reali e pertanto, ritengo sia opportuno scegliere bene intanto se valga la pena di ascoltarle e poi a quale narrativa affidare il proprio destino o i destini di un popolo o di un territorio.

Nessuno dotato di una minima onestà intellettuale avrebbe potuto ritenere che, per la riqualificazione di un centro storico europeo, Baltimora, Detroit o Siracuse potessero rappresentare un modello ready made da assumere come Religione di Stato, eppure è avvenuto.. Avvenuto in Europa, per erodere i diritti a suo tempo conquistati.
Chiunque dotato di buonsenso percepisce la stranezza oggi di Rassegne come la Biennale Veneziana, con i Padiglioni Nazionali, come se l’arte avesse passaporto. Qualcosa dell’epoca Coloniale sopravvive e prospera, nella continua messa al lavoro e a reddito di affetti, di tempi e di spazi.

Grandi Eventi e Grandi Opere, Grandi Affari e corruzione, ispirate dai famigerati Piani Strategici, hanno prodotto disastri ovunque, basti pensare al TAV, al MOSE, ad Atene e alle Olimpiadi, all’immaginario effetto Bilbao o al millennium flop londinese, tutti modelli fallimentari e tuttavia importati tout court non ostante la poderosa letteratura scientifica al riguardo.

Wilhelm Reich, intitolò il primo capitolo del suo celebre volume “psicologia di massa del fascismo” con “l’ideologia come forza materiale”. Questo titolo chiarisce da solo, il valore, il “potere nichilista” ma anche “il nichilismo del potere” quello del “credere”(E. Severino); ma oggi, l’individuo o la massa a cosa credono e perché? Esiste una relazione certa tra informazione e verità? Le immagini, incluse le fotografie o il web testimoniano di una qualche autenticità? Parrebbe piuttosto che la maggior parte dei prodotti visivi, rispondano a qualche racconto e non già a verità ed autenticità.

La narrativa scalare urbana è dunque un genere letterario aulico celebrativo molto in voga al giorno d’oggi, consiste nel promuovere con sistemi di marketing e propaganda, rifondazioni pseudoidentitarie suggestive, che formano parte di una poderosa battaglia unilaterale, combattuta tra poteri costituiti, gli Enti nazionali e sovranazionali contro i singoli cittadini, per indurre i secondi a riconfermare spiritualmente e materialmente lo strapotere dei primi ed in definitiva la propria sottomissione. Questo fa coincidere la fine del Welfare State con l’inizio del Warfare State. Le narrative infatti sono atti di guerra, di disinformazione, di guerra fredda culturale a volte, di polizia altre volte, di guerra vera e propria altre volte ancora. Le narrative includono temi quali cibo(che non a caso è il tema dell’Expo milanese), ma anche acqua, energia, sicurezza, mobilità e praticamente ogni bene e ogni diritto naturale o conquistato diviene oggetto di una offensiva che lo vuole ridurre a servizio. Le narrative precedono le macerie e ci persuadono a divenire collaborazionisti.
Dico narrativa perché con la restaurazione, con il ritorno all’ordine del Postmoderno, il racconto ha sostituito l’oggetto come la nozione di affermazione ha sostituito la nozione di verità.
Dico scalare perché tali racconti zoommano dal piano interplanetario al minimo dettaglio percepibile mantenendo rapporti di scala;
dico urbane perché il potere di attrazione che la città esercita sulle masse asservite dal Capitalismo prima e dal capitalismo finanziario oggi, è tale che attualmente, oltre la metà della popolazione mondiale vive in agglomerati in qualche modo urbanizzati, con desideri, aspirazioni, consumi comuni, mentre ci raccontano che l’altra metà tenta in ogni modo di raggiungere la prima. La sconfitta della campagna preconizzata da Marx due secoli addietro e che ancora oggi sostanzia le politiche.

Soltanto essa (la borghesia) ha dimostrato quel che poteva fare l’attività umana. Essa ha creato ben altri miracoli che non le piramidi egiziane, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche, ha determinato ben altri spostamenti di popoli che non le migrazioni o le crociate, la borghesia ha sottomesso la campagna al dominio delle città”. (F. Engels, K. Marx, Manifesto del partito comunista, 1848).

Dall’avvio del progetto ExPolis, la città fuori dalla città, abbiamo tentato quasi del tutto inutilmente di riaffermare la possibilità mai sopita di nuove soggettivazioni e lo abbiamo fatto mettendo a confronto in sedi indipendenti ed in sedi istituzionali artisti, sociologi, architetti, urbanisti, attivisti, con ogni linguaggio possibile, attraverso performances, spettacoli, workshop, mostre, seminari, conferenze, articoli, blog, etc. sempre registrando un certo interesse ma allo stesso tempo registrando i limiti di qualsiasi prassi, rispetto ad una effettiva e duratura influenza sul reale. Questo perché il <reale>, l’affettivo, la vita vera, il biologico, viene aggredito, mercificato, impoverito, sfruttato e messo in scena, spettacolarizzato, perdendo via via di senso, diviene come il futuro, qualcosa che si configura come macerie. Costruire macerie? Sappiamo che un tempo erano le cose antiche, con i loro crolli, con i segni del tempo, a presentarsi come monumenti, o ruderi, o semplicemente macerie. Oggi invece le macerie sono davanti a noi non solo a L’Aquila, non solo alla Maddalena, non solo a Venezia, non solo al Sud, non solo nei CIE, CIO, CPT o come diavolo di chiamano, sono innanzi a noi ogni volta che i decisori si interessano ad un dato territorio. Non desidero parlare in termini di denuncia, preferisco parlare in termini di sciopero. Preferisco pensare in termini di esodo o di vacanza, preferisco vivere il Moderno. Preferisco delle prassi libertarie, preferisco invitare ad ogni forma di delegittimazione resistente, di uscita dal contemporaneo, di disinteresse attivo, di non collaborazionismo, quindi preannuncio che un minuto prima dell’inizio dell’Expo milanese mi auto sospenderò da qualsiasi attività connessa, per non fornire alcun appiglio diretto o indiretto ai decisori. Faremo come escuela Moderna un progetto intitolato  P.I.G.S. in Portogallo Italia Grecia e Spagna, poi torneremo forse dopo a cercare qualcosa di vivo, tra le macerie.

Massimo Mazzone Testo per MACAO-Milano Marzo 2014

 

 

 

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