Andrea Staid, per la forma della relazione

Il mio lavoro sulla città ma soprattutto su chi la vive, la soffre, la ama e la cambia nasce dalla volontà di analizzare con un metodo antropologico le vite, le scelte di quelle donne e uomini che stanno ai margini delle nostre città. Quegli uomini e quelle donne che vivono e attraversano le nostre metropoli ma non vengono calcolati, ascoltati, fino a che non finiscono sui giornali per un furto, una rissa o per spaccio, fino a che qualche politico o giornalista non usa i loro nomi o molto spesso solo i loro paesi di origine per alimentare la politica della paura. Quella politica che si costruisce con leggi liberticide, tecniche di controllo sempre più accurate e pervasive, con la creazione di database in grado di schedare chiunque, con l’aumento di polizia e militari nelle strade, con la proliferazione del video controllo e la morte dello scambio culturale e della vita sociale.
Troppo spesso nei nostri studi tendiamo a dare un’immagine dei migranti come degli schiavi volontari, in balia degli eventi, delle persone che accettano tutto per vivere, per mangiare e aiutare le loro famiglie rimaste in patria.
Sono molti gli uomini e le donne migranti disposti ad accettare gradi estremi di sfruttamento, sopruso e autoritarismo ma è anche vero e allo stesso tempo è importante narrarlo che sono molte le donne e gli uomini che decidono di rivoltarsi e di non accettare di essere schiavi.
Sono convinto che l’antropologia sia un metodo, uno strumento troppo poliedrico per rimanere chiuso nelle quattro mura dell’accademia. L’antropologia e la ricerca sul campo sono ora ancora più che in passato utili per analizzare e provare a capire i mutamenti, le contraddizioni, i confini tra società legittima e società illegittima, i conflitti e le ibridazioni in atto nella nostra società contemporanea.
Oggi sono ancora pochi gli antropologi che decidono di pubblicare o lavorare attraverso conversazioni, interviste non strutturate in quello che è il mondo della criminalità, nelle zone grige delle nostre metropoli. La maggior parte delle persone e degli accademici non riescono a vedere lo “stato d’emergenza” quotidiano in cui gli individui socialmente vulnerabili sono costretti a vivere.
E’ importante indagare in quella giustapposizione di due mondi, o città, che coesistono ma si ignorano o meglio si guardano, nonostante la prossimità, da una distanza insuperabile – la città legittima dei cittadini, dell’opinione pubblica, delle corporazioni e associazioni professionali, dei partiti e quella più o meno invisibile dell’illegittimità, dell’immigrazione, della micro-criminalità, della prostituzione palese o occulta, della tossicodipendenza. Due città ovviamente, in una posizione profondamente diversa e asimmetrica: la prima non conosce la seconda, ma la evoca in continuazione, ne fa la fonte di ogni disagio, o come si dice oggi, “degrado” urbano e civile, vedendovi il terreno di coltura di ogni possibile minaccia, popolandola di anormali e devianti; la seconda vive nell’ombra dell’economia informale, semi-legale o illegale, in luoghi scarsamente visibili dalla città legittima, e sopratutto non è dotata di voce. La città legittima pronuncia parole di paura e sospetto verso quella illegittima, ma ricorre a quest’ultima per un gran numero di servizi e prestazioni: dal lavoro domestico a quello in nero dei cantieri, dalla domanda dei vari tipi di prostituzione a quella di stupefacenti, gioco d’azzardo o credito illegale. La città illegittima è titolare di un offerta di servizi la cui clientela è costituita in gran parte da membri della società legittima.
Per conoscere meglio queste due città che convivono in una sola tra il Novembre del 2008 e luglio 2013 ho trascorso molte delle mie giornate a stretto contatto con donne e uomini migranti che vivono, attraversano, subiscono e si ribellano nelle città, nelle carceri e nei CIE italiani.
Ho passato i primi anni di ricerca soprattutto con lavoratori migranti, mentre l’ultimo anno e mezzo di ricerca, dalla primavera del 2012 a fine estate del 2013 l’ho passato con quella parte dei migranti che preferisce delinquere piuttosto che essere schiavi.
Nel mio ultimo lavoro Dannati delle metropoli, (milieu edizioni) narro di uomini e donne che non hanno accettato di vivere accampati tra le carcasse d’auto in una periferia, o in capannoni abbandonati, che non hanno ritenuto giusto lavorare otto ore al giorno in un campo di pomodori per 20 euro rischiando ugualmente di finire in un carcere perché clandestini; uomini e donne che non hanno accettato di essere rinchiusi in un CIE, le galere etniche dei nostri anni e non perché si è commesso un reato ma solo perché si è nati in un altro paese. Uomini e donne che dopo il lungo e tragico viaggio che hanno affrontato trovano ingiusto non aver nessun tipo di diritto e accoglienza umana e per questo decidono di ribellarsi.
Queste rivolte sono di diversa natura e in questa ricerca cercherò dopo un breve apparato metodologico sulla pratica etnografica di tracciare quelle che sono le vite dei migranti che piuttosto che essere schiavi preferiscono commettere illegalità rivoltandosi nei centri di detenzione o decidendo di procurarsi quello che gli serve rubando o comunque tramite attività che escono dalla legalità.
L’obiettivo fondamentale di questa etnografia della micro-criminalità migrante e dell’esclusione sociale è chiarire i nessi tra strutture generali di potere e forme di soggettività, capire come e perché si sceglie di delinquere e di ribellarsi ai soprusi quotidiani. Ho cercato di far parlare i migranti che vengono usati dai politici e dai mass media per alimentare la politica della paura senza mai approfondire quelle che sono le vere vite di queste persone, ho cercato di dare voce ai dannati delle nostre metropoli facendomi spiegare i loro mille problemi quotidiani e le loro possibilità di riscatto.
Ho fatto questo senza mitizzare la rivolta degli individui, utilizzando il metodo etnografico, ovvero una pratica artigianale che impone scelte interpretative e politiche. Da una parte il ricercatore entra a far parte del contesto, partecipando con naturalezza a conversazioni, amicizie, interazioni e attività quotidiane, al contempo però, l’osservatore deve compiere uno sforzo mentale continuo per registrare il significato di ciò che sta accadendo e immaginare strategie che permettano di approfondire quella percezione.
Sono consapevole che le etnografie e i ricercatori sono veicoli di potere, perché trasportano messaggi tra mondi diversi, attraversando distinzioni culturali e di classe; ma essi sviluppano anche relazioni di fiducia con gli uomini e le donne che li hanno accolti per raccontargli la loro storia. Ogni persona vede in modo diverso questa invasione della propria vita, della propria intimità, a volte c’è voglia e necessità di raccontare la propria esperienza altre volte è più complesso e bisogna cercare di fare le domande giuste per farsi raccontare il proprio vissuto o lasciare stare e aspettare rischiando di rinunciare a una storia.
Più volte soprattutto in questo ultimo anno di ricerca dove mi sono focalizzato ad intervistare migranti che sceglievano di uscire dai confini della legalità ho incontrato resistenze nel voler parlarmi, giustamente ero visto come qualcuno da cui diffidare, veicolavo il pericolo di essere denunciati, traditi. Ma con il passare del tempo e grazie a qualche informatore (individui della comunità che mi hanno
aiutato ad acquisire informazioni ed interpretazioni, persone direttamente
appartenenti al gruppo che stavo studiando, fratelli, soci, amici, fidanzate dell’intervistato) in molti sono stati quelli che mi hanno voluto parlare.
La conversazione non si risolveva mai solo con un incontro ma ogni intervista era frutto di almeno un mese di contatti.
Può sembrare strano ma non è stato difficilissimo farsi raccontare certi vissuti, esperienze, azioni, chiaramente solo dopo aver spiegato il mio intento agli intervistati. Una volta che si instaurava un certo rapporto di fiducia molto spesso erano loro a volere continuare nel racconto, perché capivano l’importanza di avere la possibilità di raccontare come protagonisti la loro storia le loro esperienze direttamente alle persone senza passare per il filtro di un giornalista o politico che non ha neanche idea di quello che può essere la storia di vita di questi uomini e queste donne. Mi è successo più volte in questi anni che dopo due ore di conversazione l’intervistato mi dicesse non hai altre domande, o ti posso raccontare la storia di mio fratello o ti presento un amico che ha una storia assurda la devi conoscere…
In questa etnografia della micro-criminalità migrante o meglio dell’uscita dal confine della legalità non voglio rappresentare i migranti come vittime di una società violenta, ma semplicemente dare un’immagine meno falsa di quella creata dai giornali su chi sono e come vivono i migranti in Italia. Ho cercato di farlo con un saggio sulle nuove schiavitù e ora con un saggio su chi si ribella alla schiavitù, se il modo di ribellarsi sia giusto o sbagliato lo decideranno il lettori, io non mi sento in grado su un piano etico di giudicare le scelte individuali, mentre mi sento di dire che su un piano razionale la scelta di uscire dalla legalità sia quella più logica.
Quando ti ritrovi distrutto da un viaggio che ha violentemente cambiato la tua esistenza, internato in un moderno lager, senza nessun tipo di diritti o quando ti ritrovi a lavorare segregato in una fabbrica illegale o sotto il sole cocente di un campo di pomodori del sud Italia per un salario da fame e il rischio di finire in carcere è lo stesso sia che decidi di delinquere, guadagnare più soldi e con meno fatica, che se decidi di lavorare schiavizzato per un salario da fame, ecco a questo punto la cosa più razionale sembra essere quella di scegliere di delinquere. Questo significa che se applicassimo la teoria dell’homo economicus al migrante posto davanti al ristretto orizzonte della scelta tra le possibilità che gli vengono offerte, dato un calcolo basato su costi e benefici, il migrante irregolare dovrebbe essere razionalmente portato a delinquere, ciò che lo frena sono i riferimenti morali, normativi e religiosi.
Dopo questi anni di ricerca non mi stupisce più chi esce dallo stretto confine della legalità, anzi mi stupiscono molto di più tutti quei migranti (la maggior parte) che decidono di lavorare onestamente. Non smette di sorprendermi il fatto che un così alto numero di uomini e donne migranti cerchi di lavorare rettamente dalle otto di mattina alle otto di sera per un salario che li fa a malapena sopravvivere.

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